Recensione The Mound: Omen of Cthulhu, quando l’orrore cosmico si scontra con un gameplay ostile

The Mound: Omen of Cthulhu

6.6 out of 10
Pro Atmosfera molto riuscita con una forte identità lovecraftiana e senso costante di paranoia - La cooperativa fino a 4 giocatori aggiunge tensione sociale - Audio sopra la media Contro Loop di gioco piuttosto ripetitivo - Esperienza in singolo decisamente sconsigliata - Combat system un po' ruvido - Esecuzione tecnica rivedibile Commento finale The Mound: Omen of Cthulhu non manca di ambizione. La narrazione affidata a documenti e registrazioni audio è un espediente efficace, e l’isola sa essere inquietante quando il gameplay glielo permette. I difetti strutturali, però, pesano come macigni: inventario castrante, IA inaffidabile, combattimenti disfunzionali e una ripetitività di fondo che penalizza soprattutto l’esperienza in solitaria. Chi ama il multiplayer cooperativo e possiede una pazienza a prova di R’lyeh potrà strappare qualche momento di genuino orrore cosmico. Per tutti gli altri, l’isola del Mound rischia di restare una meta soltanto sognata, e mai davvero conquistata.

Sono passati più di vent’anni da quando ho incrociato per la prima volta i Miti di Lovecraft. Non ricordo cosa abbia innescato quella scintilla – forse un videogioco, forse no – ma so che non mi ha più lasciato. Ho macinato titoli su titoli, a centinaia e su piattaforme molto diverse, ho giocato a dei veri e propri capolavori e ho incassato “sconfitte brucianti” con altri titoli non proprio riuscitissimi. Con questo bagaglio di passione e una certa predisposizione all’orrore cosmico, mettere mano a The Mound: Omen of Cthulhu era inevitabile. Il team di ACE Team (in collaborazione con NACON) firma un’avventura multigiocatore ispirata all’omonimo racconto lovecraftiano, giocabile anche in solitaria. Una promessa allettante, che però si scontra con un’esecuzione fatta di luci atmosferiche e ombre strutturali profonde.


Versione testata: PlayStation 5 Pro


Nell’Isola della follia

L’isola su cui si muove l’azione è una sorta di personaggio a sé: una giungla opprimente, punteggiata di rovine silenziose, che attira gli esploratori con la lusinga di tesori inimmaginabili. Come vuole la tradizione, nulla è ciò che sembra. Si sceglie uno tra quattro spedizionieri e si parte alla volta dell’ignoto, con un equipaggiamento minimo e nessun tutorial degno di nota. Le prime missioni insegnano a raccogliere, gestire l’inventario e orientarsi, ma la curva di apprendimento è subito ripida, specie se si affronta l’impresa da soli.

L’inventario rappresenta il primo vero scoglio. Lo spazio è ridotto all’osso: anche sacrificando torce e medicamenti, ci si ritrova costantemente a dover decidere cosa abbandonare. Sulla carta, il carro trainato da un bue di nome Carlito dovrebbe fungere da deposito mobile. In pratica, la sua intelligenza artificiale si comporta in modo capriccioso: si allontana senza preavviso, segue percorsi casuali e obbliga a estenuanti recuperi. Il corno per richiamarlo esiste, ma il suono attira le creature, rendendo ogni scelta una potenziale condanna. A peggiorare le cose, le mappe sono statiche: una volta memorizzata la posizione degli oggetti, la sorpresa svanisce e subentra la ripetitività.

Prendi e riponi, prendi e riponi

Il nucleo gestionale di The Mound ruota attorno a una meccanica tanto semplice quanto frustrante: raccogliere, trasportare, valutare il bottino solo a missione conclusa. Si naviga a vista, costretti a decidere se tornare alla base con un carico dal valore incerto o spingersi oltre, sperando di raggiungere la soglia richiesta. Il tempo è un fattore critico: sforare il limite non implica un fallimento automatico, ma trasforma il tragitto di ritorno in un incubo popolato da minacce sempre più aggressive.

In singolo, la situazione è aggravata dall’impossibilità di usare il compagno come magazzino supplementare e dall’assenza di soluzioni per ampliare temporaneamente lo spazio a disposizione. Un equipaggiamento noleggiabile, magari a pagamento, avrebbe potuto alleggerire la pressione. Così com’è, invece, il giocatore solitario è schiacciato da una ripetitività che logora l’atmosfera e spegne la voglia di esplorare.

Un inferno di combattimento

Il design dei mostri è indiscutibilmente uno dei punti di forza: umani deformati, creature tentacolari, figli di Dagon e aberrazioni varie popolano l’isola con un’estetica che, pur non eccellendo sul piano tecnico, rende giustizia all’immaginario lovecraftiano. Peccato che il sistema di combattimento si riveli l’anello debole dell’intera esperienza. Legnoso, impreciso e afflitto da bug – nemici che spariscono trasformandosi in ombre tangibili, colpi non registrati – il combat trasforma ogni scontro in una lotta contro i limiti del gioco più che contro le creature.

Le armi si deteriorano in fretta, le munizioni scarseggiano e il bilanciamento pende nettamente a favore dei nemici. Basta un colpo per uccidervi anche a salute piena, e in certi casi un singolo attacco può causare un Total Party Kill. Le condizioni ambientali, come l’impossibilità di usare armi da fuoco sotto la pioggia, sono dettagli pregevoli che suggeriscono una cura assente altrove, ma non bastano a risollevare il quadro complessivo. Le allucinazioni e gli effetti di follia, pur suggestivi sulla carta, perdono mordente a causa di un’esecuzione tecnica precaria. In cooperativa, l’idea che un compagno caduto possa essere posseduto dall’Entità e rivoltarsi contro il team è brillante, ma richiederebbe fondamenta solide per funzionare davvero.

Un potenziale ancora inespresso

The Mound: Omen of Cthulhu non manca di ambizione. La narrazione affidata a documenti e registrazioni audio è un espediente efficace, e l’isola sa essere inquietante quando il gameplay glielo permette. I difetti strutturali, però, pesano come macigni: inventario castrante, IA inaffidabile, combattimenti disfunzionali e una ripetitività di fondo che penalizza soprattutto l’esperienza in solitaria. Chi ama il multiplayer cooperativo e possiede una pazienza a prova di R’lyeh potrà strappare qualche momento di genuino orrore cosmico. Per tutti gli altri, l’isola del Mound rischia di restare una meta soltanto sognata, e mai davvero conquistata.

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